Chi ha il petrolio compra anche il vento
L’Arabia Saudita investe 150 miliardi in energia pulita. Non è una conversione: è un cambio di merce.
Immaginate un tabaccaio che, accortosi che il fumo fa male, apre una catena di erboristerie. Nobile? Forse. Ma resta un commerciante, e il suo mestiere non è la vostra salute: è vendervi qualcosa.
La mia tesi è questa: l’Arabia Saudita non sta abbandonando i combustibili fossili, sta comprando in anticipo il mercato che li sostituirà. E l’Italia, in questa partita, non è un socio: è un cliente che si presenta senza sapere quanto è disposto a spendere.
Centocinquanta miliardi non sono un pentimento
Riad ha stanziato 150 miliardi di dollari in sette-otto anni per idrogeno verde, desalinizzazione e rinnovabili. Acwa Power, il braccio operativo, vale 35 miliardi di capitalizzazione e ha già mosso 79,4 miliardi su 75 progetti in dodici Paesi.
Chi ha estratto petrolio per settant’anni ha imparato una cosa sola, ma bene: il potere non sta nell’energia, sta nel controllarne la fonte. Se domani quella fonte è il sole invece del sottosuolo, si compra il sole. Nel frattempo le pompe continuano a funzionare, perché nessuno chiude la cassa vecchia prima di aver aperto la nuova.
È la stessa logica di chi promette emissioni zero per il 2060: la data è abbastanza lontana da non impegnare nessuno di quelli che l’hanno annunciata.
Le aziende italiane e i ruoli assegnati
L’elenco dei partner italiani dice molto, ma non quello che sembra. Confindustria valuta idrogeno e desalinizzazione. Eni esplora i carburanti sostenibili per l’aviazione. A2A studia come importare idrogeno verde in Italia. Rina lo applica al trasporto marittimo. De Nora mette l’elettrochimica al servizio degli impianti sauditi. Italmatch punta al trattamento delle acque.
Notate il verbo ricorrente: importare. Nessuno di questi progetti produce energia in Italia. Producono energia altrove, per portarla qui.
Abbiamo passato cinquant’anni a dipendere da altri per il petrolio, e stiamo negoziando di dipendere da altri anche per ciò che dovrebbe liberarcene. Cambia la molecola, non la geografia del potere.
La desalinizzazione, cioè il vero affare
C’è una voce in quell’elenco che nessuno commenta e che vale più di tutte le altre: l’acqua.
L’Arabia Saudita investe in desalinizzazione perché sa una cosa che noi facciamo finta di non sapere: nei prossimi decenni l’acqua potabile sarà una merce strategica più del gas. E la siccità è già la crisi meno raccontata di tutte, anche qui, anche adesso, anche mentre in Italia si superano i 41 gradi a luglio.
Chi controlla la tecnologia per rendere potabile il mare, tra vent’anni, controlla molto più di un’industria. Controlla chi resta e chi è costretto ad andarsene.
Perché tutto questo dovrebbe interessarci
Non sto dicendo che quei 150 miliardi siano una truffa. L’idrogeno verde serve davvero, la desalinizzazione anche, e le aziende italiane fanno bene a starci dentro.
Sto dicendo un’altra cosa: che continuiamo a raccontarci la transizione ecologica come una questione morale — buoni contro cattivi, virtuosi contro inquinatori — quando è una gigantesca riorganizzazione di mercato. Chi arriva prima detta le condizioni. Chi arriva dopo compra.
È lo stesso motivo per cui alle conferenze sul clima gli impegni restano sulla carta mentre gli investimenti privati corrono: le une producono comunicati, gli altri producono infrastrutture. E i prezzi che troviamo al supermercato raccontano già chi sta vincendo.
L’Arabia Saudita ha capito che il futuro si compra adesso, mentre costa poco. Noi stiamo ancora discutendo se sia il caso di guardare il listino.
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