Guarda le previsioni di questa settimana: fino a 41°C al Centro-Sud, punte di 43 in Sardegna, Firenze e Perugia da bollino rosso. E non è ancora agosto. L’Europa intanto ha già riscritto i suoi record: 40,5°C in Polonia, 40,7°C in Ungheria, 41,9°C in Repubblica Ceca — non a Manaus: a Praga. 193 milioni di europei sopra i 35 gradi, e l’OMS che conta oltre 1.300 morti per caldo in una sola settimana. Uno studio ripreso dall’Economist stima 12.000 morti in eccesso in tre giorni, dal 24 al 26 giugno.
Sorpresa? No. Questa storia era già scritta, e scusate l’autocitazione, ma stavolta me la sono guadagnata.
I tropici non stanno “arrivando”: si stanno allargando
Nel 2018, quando pubblicai La fabbrica degli immigrati, scrivevo, appoggiandomi a studi che circolavano nella comunità scientifica già da un decennio, che i tropici si stanno espandendo verso i poli. Non era una metafora: è un fenomeno misurato. Le celle di Hadley, i giganteschi motori atmosferici che delimitano la fascia tropicale, si stanno allargando di circa mezzo grado di latitudine per decennio. Tradotto: la frontiera del clima tropicale avanza di decine di chilometri ogni dieci anni, e il Mediterraneo è in prima fila.
Nel 2018 sembrava un discorso da addetti ai lavori. Nel 2026 è il bollettino meteo. Quando i temi sono questi, avere ragione in anticipo non è una soddisfazione: è un’aggravante per chi doveva agire e non l’ha fatto.
E il 2026 ha pure un acceleratore con nome proprio: El Niño. L’11 giugno la NOAA ha emesso l’avviso ufficiale, e i modelli prevedono un evento da forte a storico entro fine anno. Precisione d’obbligo: El Niño non “causa” il caldo europeo. El Niño è febbre che si somma alla febbre — alza la temperatura di un pianeta che il cambiamento climatico ha già portato a 38. Ed è per questo che ogni El Niño ci sembra “il più forte di sempre”: parte ogni volta da una base più alta. (Della bolletta climatica che paghiamo al supermercato ho già scritto a proposito del caffè e della COP30.)
Il problema non è il clima tropicale. È che noi non siamo tropicali

Qualcuno, anche ai piani alti delle istituzioni, l’ha buttata sul rassicurante: ci abitueremo al clima caraibico, ai Caraibi ci vivono da sempre [cit. della seconda carica dello Stato 😏]. Peccato che l’argomento dimostri l’esatto contrario di ciò che vorrebbe.
I Caraibi “sopravvivono” al loro clima perché ci hanno costruito attorno tutto, in millenni: ecosistemi tropicali nati per il caldo umido, architetture che respirano, ritmi sociali modellati sulle ore roventi, colture adatte. Noi no. La nostra flora è temperata: faggete e abetaie che il caldo sta già uccidendo, ghiacciai alpini che riforniscono i nostri fiumi e che se ne stanno andando, e no, non per “cicli storici”, come pure si è sentito dire (l’esperto Salvini sa tutto sul cambiamento climatico).
Le nostre città sono pietra e asfalto che accumulano calore e non lo mollano nemmeno di notte. I nostri anziani — secondo paese più vecchio del mondo — vivono soli in condomini degli anni ’60 senza climatizzazione.
Un ecosistema si “abitua” in millenni. Una società si può adattare in decenni, ma solo investendo: città ridisegnate, sanità rinforzata, acqua e agricoltura ripensate. Il premio Nobel Giorgio Parisi l’ha messa giù più elegantemente di me: certo che ci si può abituare — oppure si va al camposanto prima di abituarsi.
I soldi ci sarebbero. Ma sparano

Ed eccoci al punto che nessuno vuole guardare. L’adattamento costa miliardi? Sì. E i miliardi ci sono, benissimo visibili: stanno tutti da un’altra parte.
Nel 2025 la spesa militare mondiale ha toccato il record storico di 2.887 miliardi di dollari — undicesimo aumento consecutivo, e il dodicesimo è già in cassaforte. L’Europa guida la corsa: +14% in un anno, con la Germania a +24% e Italia a +20%. Le stesse settimane in cui si contavano i morti per caldo, si firmavano ordinativi di armamenti. Le Nazioni Unite hanno fatto i conti: basterebbe una frazione di quella cifra per cancellare la fame nel mondo e garantire acqua e sanità a tutti. Figuriamoci per qualche ondata di calore.
C’è però un conto che nessuno stato maggiore mette a bilancio: le guerre scaldano il pianeta due volte. Prima con i soldi che sottraggono alla prevenzione, poi con la CO2 che producono: gli apparati militari del mondo valgono circa il 5,5% delle emissioni globali — più dell’aviazione civile — e ogni conflitto aggiunge il suo carico di carburante bruciato, città rase al suolo e ricostruite nel cemento, ecosistemi devastati. Il tutto comodamente esentato dagli obblighi di rendicontazione climatica: le emissioni militari, negli accordi internazionali, godono di un riguardo che nessuna ciminiera si sogna. Stiamo investendo cifre record per contenderci un pianeta e cifre ridicole per mantenerlo abitabile: è come fare a coltellate per la cabina migliore mentre la nave imbarca acqua.
Alla fine, l’unico nemico che avanza davvero su tutti i fronti — il caldo — è anche l’unico contro cui non abbiamo stanziato quasi nulla. Il riscaldamento globale non firma tregue e non teme deterrenza: l’unica difesa era la prevenzione, e l’abbiamo rimandata per comprare l’ennesimo sistema d’arma.
Chi paga il conto
Nel frattempo il conto arriva, e non è distribuito equamente. Chi ha la villa in collina si “abitua” benissimo. Chi lavora nei cantieri ad agosto, chi vive all’ultimo piano di una palazzina di periferia, chi ha 80 anni e la pensione minima: loro sono i numeri dell’OMS.
Il caldo estremo è la più classista delle catastrofi, colpisce in proporzione esatta a quanto poco possiedi. Ed è anche una fabbrica di migrazioni: quando i tropici si spostano, le persone li seguono al contrario. le migrazioni climatiche non sono più uno scenario futuro!
Anche questo, nel 2018, sembrava allarmismo.
E tu, ti stai “abituando”? Raccontami nei commenti com’è il caldo dove vivi e cosa (non) sta facendo il tuo Comune.
Il legame tra clima, cibo e migrazioni — con i dati e i tempi non sospetti — è il tema del mio libro: La fabbrica degli immigrati.

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