Nessuno annuncia la fine della democrazia. La si smonta un emendamento alla volta, con le firme in regola — e i numeri dicono che sta già succedendo
Ci hanno raccontato per anni la storiella della rana bollita: scalda l’acqua piano piano e resterà lì a cuocere senza accorgersene. Peccato sia falsa. La rana, appena l’acqua diventa sgradevole, se ne va: ha un solido istinto di autoconservazione e nessuna reputazione da difendere sui social. Noi no. Noi restiamo, misuriamo la temperatura e apriamo un dibattito in prima serata su quanto sia soggettivo il concetto di “caldo”.
Dico subito dove voglio arrivare, così non perdiamo tempo. La mia tesi è questa: le democrazie occidentali non stanno affrontando una crisi passeggera, stanno vivendo uno smontaggio progressivo, legale e ben pubblicizzato, guidato da forze di destra radicale che non hanno alcun bisogno di carri armati perché hanno i voti. Non credo che ci sarà un golpe. Credo che tra dieci anni si voterà ancora, i giornali usciranno ancora, e nessuna di queste due cose vorrà più dire granché. E credo che una politica costruita sull’odio come collante e sulla violenza come promessa non possa che finire nel modo in cui è sempre finita.
I numeri del rapporto V-Dem 2026: noiosi e spaventosi
Il Democracy Report 2026 dell’istituto V-Dem — quattromila studiosi, duecento paesi, la più grande banca dati sulla democrazia esistente — dice che il livello medio di democrazia nel mondo è tornato a quello del 1978. Cinquant’anni di conquiste, cancellati.
Le autocrazie hanno superato le democrazie: 92 contro 87. Il 74% dell’umanità vive in un regime autocratico; in una democrazia liberale piena vive il 7%. Quarantaquattro paesi stanno peggiorando, e — questo è il punto che dovrebbe toglierci il sonno — sei dei dieci nuovi paesi in regressione si trovano in Europa e Nord America. La libertà di espressione è la voce che crolla ovunque per prima.
Non è una previsione. È un referto medico.
Il manuale dell’erosione democratica: Ungheria, Polonia, El Salvador
Il bello è che non c’è nessun complotto da svelare: il metodo è pubblico, testato, replicabile. L’Ungheria lo insegna dal 2010: riscrivi la Costituzione con la maggioranza che hai, ritaglia i collegi elettorali sulle tue forze, accorpa le testate pubbliche in un’unica fondazione amica, lascia che gli imprenditori vicini comprino le altre, definisci “finanziate dall’estero” le ONG scomode, e rendi la vita amministrativamente impossibile a un’università finché non trasloca. Ogni singolo passaggio è stato votato da un parlamento eletto.
In Polonia lo stesso schema è stato applicato ai giudici per otto anni — con la differenza, incoraggiante, che nel 2023 gli elettori l’hanno interrotto. In El Salvador uno stato d’emergenza dichiarato nel 2022 viene rinnovato di mese in mese come un abbonamento in palestra, con decine di migliaia di arresti senza processo e un consenso interno altissimo. Negli Stati Uniti, secondo lo stesso rapporto V-Dem, la velocità del declino non ha precedenti in tempi moderni.
Diverse latitudini, stesso spartito.
Prima delle leggi si cambiano le parole: il lessico dell’emergenza
Il primo passaggio è sempre lessicale, perché costa zero. Si parte dall’emergenza, che sospende il normale e stranamente non finisce mai. Si prosegue col buon senso, indiscutibile per definizione. Poi arriva la gente perbene, categoria straordinaria perché esiste solo in negativo: serve unicamente a stabilire chi non ne fa parte.
Serve poi un colpevole, selezionato con criteri professionali: visibile, minoritario, con pochi strumenti per rispondere. I migranti sono il grande classico. Poi i giornalisti, che fanno domande. I giudici, che applicano le leggi anche a chi le scrive. Le ONG, gli scienziati, gli insegnanti: chiunque produca dati.
E in pochi mesi l’avversario è un nemico, il nemico è un traditore e il traditore è un problema di ordine pubblico — cioè, per fortuna, qualcosa di risolvibile. Nessuno grida “abbasso la democrazia”: suonerebbe volgare e perderebbe voti. Si dice “restituire il Paese ai cittadini”, che è la stessa cosa detta col completo buono.
Il trucco: ogni singola riforma sembra ragionevole
Qui sta il capolavoro tecnico. Una riforma della giustizia, in sé, è legittima. Rivedere le regole elettorali è normale. Riorganizzare il servizio pubblico è amministrazione. Aggiornare le norme sui cortei è sicurezza. Decidere chi riceve fondi pubblici è trasparenza.
Ogni mattone è difendibile in ventidue minuti di talk show. Il muro si vede solo dall’alto — e lassù non ci sale mai nessuno, perché siamo tutti impegnati a litigare su un mattone.
Come si difende una democrazia: la parte noiosa, cioè quella che funziona
Vi risparmio la citazione degli anni Trenta. Il finale è più scomodo: le democrazie si difendono con attività di una noia mortale. Leggere una legge prima di indignarsi. Verificare una notizia prima di condividerla. Votare anche quando nessuno merita un applauso. Presentarsi a un consiglio comunale dove ci sono undici persone, tre per sbaglio. Pagare chi fa informazione. Difendere il diritto di parola di qualcuno che non sopportiamo.
La Polonia dimostra che si può tornare indietro. Ma dimostra anche quanto sia più faticoso rimontare che scivolare.
L’acqua, intanto, sale di un grado alla volta. La differenza tra noi e la rana è che noi possiamo ancora decidere chi tiene la mano sulla manopola. Ancora.
E no: l’apocalisse non suonerà il campanello. Ha le chiavi.


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